IL MODELLO BIO-PSICO-SOCIALE – Cos’è, e perché fa la differenza.

Modello bio-pisco-sociale. Un’espressione poco usuale e nemmeno tanto semplice. Non trovi?  Noi ne parliamo sempre, però.  Anzi, lo mettiamo in pratica ogni giorno nel nostro lavoro di fisioterapia e riabilitazione. Ma non è solo roba da addetti ai lavori. Riguarda anche te, come consideri un sintomo, un dolore, una tensione o una disfunzione del tuo corpo. Ma procediamo un passo alla volta.

Sommario: 

  1. Il modello biomedico: un corpo-macchina.
  2. La svolta di Engel: la psiche e l’ambiente.
  3. Il modello bps in pratica: dal sintomo alla persona.
  4. Conclusioni.
  5. Bibliografia.

 

 1. Il modello biomedico: il corpo-macchina.

 Dai tempi di Newton e Cartesio, nella nostra cultura medica è radicata l’idea che una patologia o un problema di salute siano solo connessi al malfunzionamento o alla lesione di una parte del nostro corpo.  Quasi come un pezzo di un auto che non funziona più e che va sostituito o aggiustato. Questo, infatti, è quello che si definisce modello bio-medico.

Secondo questa visione, al centro dell’indagine diagnostica vengono considerati solo fattori “bio”, cioè solo fattori riconducibili a danni o alterazioni anatomiche e fisiologiche, misurabili e osservabili tramite esami di laboratorio o immagini di radiologia.

In altre parole, il corpo è una macchina; una disfunzione è un guasto; e la cura è la riparazione isolata del guasto, senza considerare l’insieme e la relazione col tutto.

Ora, se da un lato questo modello ha permesso lo studio sistematico del corpo umano e la formulazione di diagnosi basate sui dati raccolti, dall’altro ha portato ad avere un’immagine distorta e semplicistica dell’essere umano e della salute. Non solo negli operatori sanitari, ma anche nei pazienti stessi.

Nella nostra esperienza, infatti, abbiamo incontrato pazienti convinti di avere asimmetrie preoccupanti da riabilitare o vertebre scomposte da riallineare, ma in totale assenza di sintomi. Oppure, pazienti confusi alla ricerca di una soluzione ad una loro sofferenza o ad una loro tensione anche se nessun reperto radiografico evidenzia qualcosa che abbia bisogno di essere equilibrato! Cosa significa questo?

Che la biologia è solo uno dei fattori che possono portare al manifestarsi di un sintomo e di un dolore; e che non può spiegare tutto.

 2. La svolta di Engel: la psiche e l’ambiente. 

Di ciò ne era convinto George Engel, medico e psichiatra di New York, il primo a teorizzare un nuovo modello per la malattia e la guarigione. Lo fa in un articolo pubblicato su Science, nel 1977, in cui espone a chiare lettere la necessità di porre al centro della diagnosi e della cura la persona, la sua psiche, ed il suo ambiente.

E’ una svolta importante per la medicina e la psichiatria: per la prima volta, si riconosce come la psiche e le emozioni possono influenzare lo stato di salute, e come l’ambiente e le relazioni possono determinare cambiamenti sulla percezione di una patologia.

Il modello bio-psico-sociale riconosce che la malattia e la guarigione sono realtà è qualcosa di complesso e che per comprenderle è necessario avere necessariamente una visione globale ed un approccio multifattoriale.

 3. Il modello bps in pratica: dal sintomo alla persona.

Ma cosa significa nella pratica clinica? Essenzialmente 2 cose:

1. riconoscere che il paziente più o meno consapevole di sé stesso; perciò non basta leggere un referto o fare una diagnosi per aiutarlo a risolvere il problema. Prendiamo per esempio il dolore. Nessuna analisi clinica può misurarlo. Il dolore è un’esperienza soggettiva che solo il paziente può descrivere a parole;

2. riconoscere che immagini di radiologia e gli esami di laboratorio sono una risorsa utile e, in alcuni casi, necessaria ma devono essere utilizzati con criterio. Consideriamo, ad esempio, il riscontro di anomalie strutturali asintomatiche. Un paziente poco consapevole potrebbe interpretare in modo sbagliato tali reperti e aggravare con ansia e preoccupazione il proprio stato di salute;

3. dare importanza alla persona e perciò renderla parte attiva del suo percorso riabilitativo. Di fronte ad un problema, un sintomo o un dolore, non bastano le indicazioni terapeutiche da manuale. Ma è necessario personalizzare e adattare trattamenti ed esercizi alle esigenze personali e alla storia clinica del paziente.

 Non esiste una tecnica unica ed esclusiva per il mal di schiena. La guarigione del paziente dipende in gran parte da lui stesso e dal contesto e, in misura minore, dalle nostre capacità e dai nostri trattamenti. Noi dobbiamo essere soprattutto in grado di guidarlo ed educarlo alla consapevolezza del suo corpo e delle sue necessità.

 4. Conclusioni.

 Oggi anche le neuroscienze confermano la relazione tra corpo e mente per cui non possiamo più considerarle come unità distinte, né possiamo più guardare all’essere umano come solo corpo oppure solo mente. La dualità è una realtà complessa che richiede, per essere compresa, un modello complesso. Perciò, non risulta più corretto portare avanti un ragionamento clinico a compartimenti stagni; e neppure portare avanti una visione esclusivamente biomedica.

Noi operatori sanitari, soprattutto in ambito clinico, non possiamo più occuparci del solo del sintomo, ma anche della disabilità che ne deriva, ripristinando e promuovendo uno stato di salute “non solo inteso come assenza di malattia, ma come il raggiungimento di un equilibrio fisico, psicologico e sociale”.

 5. Bibliografia.

– The need for a new medical model: a challenge for biomedicine. Science. 1977;196(4286):129-36. G.L. Engel.

– Clinical biopsychosocial physiotherapy assessment of patients with chronic pain: The first step in pain neuroscience education. Amarins J. Wijma, PT, PhD, C. Paul van Wilgen, PT, PhD, Mira Meeus, PT, PhD, and Jo Nijs, PT, PhD.

– The Biopsychosocial Model 25 Years Later: Principles, Practice, and Scientific Inquiry. Francesc Borrell-Carrió, Anthony L. Suchman, Ronald M. Epstein.

 

 

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